La Ferrari mette le ali. E adesso vuole volare sull’oceano

Basta vedere queste immagini per realizzare che cosa abbia messo in piedi (e presto in acqua) la Ferrari. E allora ti rendi conto della grandezza di quest’azienda che non vincerà da 20 anni in Formula 1, produrrà auto inguardabili come la Luce, ma poi è l’unica al mondo a poter avere idee così grandiose e costruire anche cose come questa barca. (Elon Musk fa un campionato a parte, ma quello lo avevamo capito da un pezzo).

Che c’azzecca con le auto questa barca mostruosa? Nulla, anche se un travaso di tecologia c’è. Ma i sognatori bisogna lasciarli fare e speriamo che un giorno abbiano l’idea giusta anche per far volare la Formula 1 come un tempo. Intanto comincerei a trovare un sostituto per Fred Vasseur…

Non soltanto Formula 1 e supercar. A Maranello hanno completato lo scafo di Hypersail, il monoscafo volante di 30 metri che porterà la tecnologia del Cavallino tra le onde. Con oltre venti brevetti e un cervello elettronico capace di governare il volo.

La Ferrari ha deciso di imparare a volare. Non le bastavano le vittorie in Formula 1, le supercar da sogno e i successi nell’endurance. Adesso vuole conquistare anche gli oceani. E naturalmente vuole farlo alla sua maniera, trasformando una barca a vela in un laboratorio tecnologico galleggiante. Anzi, volante. Perché Hypersail, il progetto più sorprendente uscito da Maranello negli ultimi anni, è un monoscafo di 100 piedi, poco più di 30 metri, progettato per sollevarsi dall’acqua e correre sulle onde.

La notizia è che lo scafo è stato completato, verniciato e vestito con la sua livrea definitiva. In cantiere sono arrivate anche le appendici che gli permetteranno di volare. Non è ancora il momento di prendere il largo, ma il sogno sta diventando realtà. E dietro c’è molto più di una semplice sfida velica.

Il segreto si nasconde sott’acqua. Sono i foil, le ali immerse, a generare la portanza necessaria per sollevare lo scafo e ridurre la resistenza all’avanzamento. Una soluzione conosciuta nella vela moderna, che Ferrari ha però interpretato a modo suo. La chiglia incorpora un’altra ala dotata di un flap mobile, creando un terzo punto di appoggio per migliorare la stabilità. Persino il timone diventa qualcosa di diverso dal tradizionale strumento per cambiare direzione: un’appendice attiva, capace di effettuare continui piccoli aggiustamenti.

Ma la vera magia è elettronica. Si chiama Flight Control ed è il cervello che governa il volo. Un sistema nato dall’esperienza maturata sulle auto sportive Ferrari, dove da anni computer, sensori e attuatori lavorano per interpretare e correggere ogni movimento della vettura. Qui, però, invece dell’asfalto ci sono onde, vento e un mare che cambia continuamente.

I sensori leggono velocità, inclinazione e condizioni esterne. Il computer elabora le informazioni e decide le correzioni. Gli attuatori muovono le appendici per mantenere la barca stabile. Tutto in tempo reale. I velisti non diventano passeggeri: a loro restano le scelte strategiche e il compito di andare più forte possibile.

C’è poi la questione del peso, un’ossessione comune alle Ferrari da corsa e alle barche volanti. Lo scafo è costruito con diversi strati di fibra di carbonio, mentre nelle zone maggiormente sollecitate vengono utilizzate strutture che combinano carbonio e titanio. Leggerezza e rigidità, proprio come in una monoposto.

Il progetto ha già generato oltre venti brevetti. Tra questi il Winch by Wire, le turbine eoliche a range esteso e i sistemi per integrare le fonti rinnovabili, con l’ambizione di rendere la barca energeticamente autosufficiente. Non mancano un albero orientabile con piccole superfici aerodinamiche e una randa a doppia superficie.

In fondo, il principio è quello che guida Ferrari da sempre: cercare il limite e poi provare a spostarlo un po’ più in là. L’oceano sarà una pista assai diversa da Monza o Le Mans. Ma a Maranello sono convinti che anche sull’acqua, prima di imparare ad andare forte, bisogna imparare a controllare tutto quello che si muove.

E se una Ferrari riesce a volare senza avere le ruote, forse Enzo avrebbe qualcosa da ridire. Ma probabilmente sarebbe il primo a voler sapere quanto va forte.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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